L’INFAME ODONOMASTICA COLONIALISTA DEL VILLAGGIO SAN DOMENICO

Il 22 luglio è morto un ragazzo a San Domenico in seguito a un litigio con un suo coetaneo. Il Sindic non ha perso tempo per esprimere il suo cordoglio dopo il tragico fatto e assicurare la vicinanza del Comune alla famiglia. E questo articolo è finito perché viviamo nella migliore delle città possibili.
Ovviamente no, le prime parole di Fontanini dopo il fatto sono state sostanzialmente queste: «La violenza, in alcune delle etnie di provenienza di questi extracomunitari, è molto presente. Bisogna pertanto educare questi ragazzi al rispetto delle regole per una convivenza civile»1, riuscendo nell’impresa davvero difficile di rendere ancora più pesante per le persone coinvolte questa tragica morte. La tesi del Sindic, un misto di razzismo, paternalismo e eurocentrismo, si richiama più o meno esplicitamente a una vastissima letteratura, sviluppatasi in particolare in Europa tra XVIII e XX secolo, tesa a dimostrare che i diversi gruppi umani sarebbero caratterizzati da presunti nessi psico-fisici costanti e immodificabili nel tempo. All’interno di questo discorso, che ha nutrito nel corso degli ultimi secoli le ideologie razziste europee, troviamo anche la convinzione per la quale certe etnie/razze, proprio perché non civilizzate, sarebbero naturalmente più inclini di altre alla violenza. Da qui la necessità del bianco salvatore che si prende sulle spalle il male del mondo e va in giro a portare le buone maniere.

Detto questo, le riflessioni che seguono nascono da quella che potrebbe apparire come una semplice coincidenza. L’accoltellamento che ha provocato la morte del ragazzo è avvenuto nel parchetto del Villaggio San Domenico adiacente a Piazza Libia. Che cosa ci fa la Libia sul nome di quella piazza e in che modo tutto questo ha a che fare con le parole di Fontanini? Per rispondere a queste due domande dobbiamo rifarci alla storia dell’Italia da una parte e alle origini del Villaggio San Domenico dall’altra. Quest’ultimo nacque nel 1931 per ospitare le famiglie che avevano perso la casa a causa dello scoppio di una polveriera all’interno del parco dell’Ospedale psichiatrico di Sant’Osvaldo. Agli anni trenta tuttavia non appartiene solo l’odonimo Libia ma anche gli altri che vanno a formare l’odonomastica a tutti gli effetti colonialista del quartiere: Via Derna, Via Chisimaio, Via Asmara, Via Eritrea, Via Massaua, Via Bengasi 2. Questi nomi si riferiscono a due dei maggiori possedimenti coloniali italiani del periodo, l’Eritrea e la Libia (l’altro grande possedimento africano era la Somalia. L’Etiopia fu conquistata solo dopo la guerra del 1935-1936). La situazione del quartiere rappresenta perfettamente quella che gli storici hanno chiamato l’africanizzazione della toponomastica, cioè il cambio sistematico dei nomi delle vie con luoghi e temi appartenenti al mondo delle colonie italiane 3. A sua volta questo processo costituisce solo un piccolo tassello dell’enorme sforzo, culminato nel 1938 con la proclamazione delle leggi razziali, realizzato dal fascismo per costruire un nuovo tipo di italiano compiutamente fascista e convinto sostenitore della superiorità razziale del suo popolo 4. Più sorprendente è rendersi conto che queste vie sopravvivono ancora oggi in un inquietante silenzio postcoloniale, a Udine come in tutto il resto d’Italia 5.

L’Italia ha cominciato a fare i conti con il proprio passato coloniale molto più tardi rispetto agli altri stati europei. Il fatto che abbia avuto un dominio coloniale molto meno esteso e duraturo se comparato con quelli inglese e francese non può in alcun modo valere da giustificazione. È ancora molto presente e popolare, quando si è a conoscenza del passato imperialista d’Italia, l’idea che quello italiano sia stato un colonialismo altro, benevolo e dopo tutto non così violento. Gli italiani, si sa, saranno anche maleducati ma alla fine sono brave persone. Ecco, tutto questo è ovviamente falso. Basta prendere un nome a caso di quelli scritti sulle nostre vie per scoprire che lì gli italiani praticarono violenze di ogni tipo: rappresaglie, impiccagioni, rastrellamenti, processi sommari, stupri, umiliazioni, deportazioni etc. Almeno in due casi, inoltre, sembra giustificato parlare secondo gli storici di vere e proprie operazioni genocidarie, cioè per la pacificazione della Libia tra 1930 e 1932 e quella dell’Etiopia tra 1936 e 1941. Chiarire brevemente il primo di questi casi ci permette di comprendere meglio l’orrore dell’odononimo Piazza Libia e di conseguenza tutti gli altri.

La Libia fu formalmente conquistata dall’Italia liberale di Giolitti tra il 1911 e il 1912. In realtà solo una piccola parte della regione, cioè quella settentrionale e costiera, era controllata stabilmente dagli italiani. La conquista parziale del paese, sebbene con modifiche nel corso del tempo, rimase tale fino al 1932, anno in cui il fascismo potè finalmente vantarsi di aver stabilizzato la colonia. Le parole di Badoglio, governatore della Tripolitania e della Cirenaica e tra i massimi responsabili di questo crimine, anticipano le modalità della pacificazione del territorio: «Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica.» (20 giugno 1930) La creazione di questo distacco territoriale significò, come previsto, la deportazione e l’imprigionamento di circa 100.000 persone nei campi di concentramento predisposti nel Sud bengasino e nella Sirtica. Durante la deportazione, che avvenne con marce forzate, chi rimaneva indietro veniva ucciso sul posto. Quando nel 1932, sconfitta la resistenza anticoloniale, i campi di concentramento furono svuotati, a tornare nelle proprie case furono solo 60.000 persone. Quelli che erano sopravvissuti allo spostamento coatto, infatti, dovettero vedersela una volta imprigionati con la fame, la scarsissima igiene e la crudeltà delle guardie (chi tentava di scappare o di ribellarsi veniva impiccato alla forca e tutti i prigionieri erano obbligati ad assistere all’esecuzione) 6.

È necessario essere consapevoli, tuttavia, che il problema non è puramente di tipo storico. La violenza coloniale che quei nomi paradossalmente riportano alla memoria sarebbe in funzione anche se quelle vie portassero dei nomi diversi. Questo perché gli spettri del colonialismo italiano non infestano solamente le nostre città ma la nostra società nel suo insieme. Ed è proprio questa incapacità di riconoscerli che rende sereno il Sindic mentre usa parole così offensive, ormai abituato a ricevere dai media e dall’opposizione nient’altro che timide critiche. Per chiarire il legame tra le sue parole e la violenza imperialista è sufficiente prendere in causa l’aggressione fascista dell’Etiopia (ma si potrebbe scegliere tra migliaia di esempi). Il 2 ottobre 1935 Mussolini annunciava pubblicamente l’inizio della guerra con quel discorso poi diventato famoso perché conteneva la formula del popolo di poeti, di artisti, di eroi e blabla. L’Etiopia era invece definita un «paese africano universalmente bollato come un paese senza ombra di civiltà»: per giustificare la propria nazione e assolvere sé stessi, gli italiani dovevano essere convinti di conquistare un territorio abitato da subumani. D’altra parte, come implicitamente sostiene lo stesso Mussolini, l’idea della superiorità razziale e della necessità di una missione civilizzatrice non è di per sé un’idea fascista ma una potentissima narrazione che plasmava le politiche di tutti gli stati europei e non solo. Durante la guerra d’Etiopia, questi stati definirono illegittima l’aggressione italiana ma la loro opposizione fu debole e ipocrita perché l’Italia non stava facendo altro che ripercorrere la strada da loro già tracciata. Per questo motivo, gli spettri del nostro colonialismo non sono che una variante nazionale degli spettri del colonialismo europeo in generale.

La fantomatica identità italiana, tuttavia, sembra più di altre infestata da questi spettri. Basti sentire i commenti dei politici ogni volta che devono discutere la legge sullo Ius soli in sostituzione allo Ius sanguinis. Come scrive Barbara Sòrgoni, quest’ultimo è «un diritto di matrice interamente coloniale, che trova la sua naturale collocazione unicamente all’interno di un pensiero che fonda le differenze culturali e nazionali su basi razziali»7.  Per molti italiani è ancora inconcepibile che un loro connazionale sia nero tanto è il concetto di bianchezza tuttora legato con quello di italianità. Molto spesso agli italiani non bianchi viene chiesto da dove vengono o quali sono le loro origini e apparentemente non basta che una persona in Italia ci sia nata, qui abbia fatto la scuola e tutto il resto perché possa godere di diritti comuni. L’odonomastica del Villaggio San Domenico riflette alla perfezione questo processo di costruzione dell’identità per opposizione. Se vogliamo liberarci da questa identità escludente dobbiamo imparare a riconoscere gli spettri che ancora infestano le nostre strade, le nostre vite e la nostra mente.

1 http://www.udinetoday.it/cronaca/morto-ragazzo-Fontanini-violenza-etnie.html
È curioso osservare che etnia è ormai la parola usata da quelli che vorrebbero dire razza ma non possono farlo. Sostanzialmente non cambia niente e riflette una concezione dell’umanità divisa in gruppi fissi, naturali, preferibilmente non mischiabili.

2 Per una breve storia del Villaggio San Domenico: http://www.getupudine.it/storia/

3 In questo testo si è preferito utilizzare il termine odonomastica perché, rispetto a toponomastica, è più preciso e adeguato al contesto urbano. Qui è spiegato bene: https://resistenzeincirenaica.com/2018/12/11/della-guerriglia-odonomastica/

4 Spesso si tende a legare in modo univoco le leggi razziali con la questione ebraica. Il razzismo istituzionale, invece, non riguardava solo gli ebrei ma anche i sudditi coloniali. 

5 Dire che nulla si muove tuttavia è impreciso perchè molte persone si occupano di questi temi, purtroppo non ricevendo un’adeguata risonanza mediatica. Per approfondire fondamentali sono i lavori dei collettivi:
-Resistenze in Cirenaica (https://resistenzeincirenaica.com);
Fare Ala (http://www.fareala.com), in particolare del progetto Viva Menilicchi!;
Infine, un grande impatto ha avuto l’azione di Nonunadimeno Milano dell’8 marzo 2019 contro il monumento di Indro Montanelli che voleva «ricordare e dare giustizia alla ragazzina di 12 anni che Montanelli comprò come schiava sessuale in Etiopia durante la guerra». Qui (https://www.vice.com/it/article/59x4y3/statua-montanelli-colonialismo) un interessante articolo che ricostruisce la vicenda e spiega le ragioni dell’azione.

6 Soluch come Auschwitz, in Italiani brava gente? Un mito duro a morire di Angelo del Boca

7 Barbara Sòrgoni, Pratiche antropologiche nel clima dell’Impero, in L’impero fascista. Italia ed Etiopia (1935-1941) a cura di Riccardo Bottoni

~ testo e fotografie Lisyerte

2 risposte a "L’INFAME ODONOMASTICA COLONIALISTA DEL VILLAGGIO SAN DOMENICO"

    1. DOPOLEUNDICI ha detto:

      Ciao, intanto scusaci per il ritardo!
      Sì hai indubbiamente ragione. Non ne parlo nel testo perché ho deciso di concentrarmi sul Villaggio san domenico, che è una zona particolare perché quasi tutta l’odonomastica è colonialista. Ma in tutta la città ci sono richiami più o meno velati, come le vie intitolate ai generali Baldissera e Girardini perpendicolare a viale Trieste e le stesse vie che hai nominato tu.
      Sicuramente le nostre ricerche continueranno in questo campo e se ti va di aiutarci indicandoci nomi delle vie o anche cercando la loro storia noi siamo più che contenti.
      E grazie per l’interesse!
      Lisyerte

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